Tra monasteri, arte, fede e paesaggi vertiginosi, alla scoperta dell’anima del Tibet
Il paese tra le nuvole, più vicino al cielo, è costellato di monasteri in stretti legami tra loro, in passato anche in rivalità. Ci inoltriamo nella culla della civiltà tibetana tra superbi panorami intimistici. La visita di Lhasa prosegue con un giro al palazzo estivo del Dalai Lama, il Norbulingka, con ameni giardini pieni di fiori dai colori armonizzati. Il giallo del palazzo mette di buon umore e ci rende positivi. Lasciata Lhasa, percorrendo la valle dello Yarlung cominciamo a conoscere alcuni monasteri. Lo Yarlung Tsangpo è il fiume Brahmaputra indiano, l’unico fiume maschile nella lingua sanscrita, tutti gli altri sono femminili. Il dio Brahma è il creatore della Trimurti induista, rappresenta i cicli cosmici dell’universo. Non lontano da Lhasa visitiamo il Monastero di Drepung, il più grande del Tibet, che s’impone nel paesaggio con il candore delle sue mura. I monaci lo chiamano “mucchio di riso”.

Il monastero di Samye, che risale all’VIII sec., fu il primo monastero buddista fondato in Tibet. È pieno di curiosità, di significati reconditi. La pianta architettonica richiama lo Stupa, il reliquiario buddista delle origini. Ha un muro circolare ornato da 108 chorten, un numero sacro d’origine induista: uno è la coscienza divina, zero il vuoto, otto l’infinito. Cento otto erano anche gli edifici interni collocati in una disposizione simbolica. Il chorten (lo stupa indiano) rappresenta l’esistenza, l’unione del microcosmo con il macrocosmo. In questo monastero si ha modo di osservare quanto siano ispirati gli artisti: dei e dee appaiono in sgargianti colori inebrianti, su cui dominano l’oro e il rosso, il sangue.

Alcune immagini sono terrificanti. In ambienti così tetri e inquietanti tutto sembra impostato a colpevolizzare. È impossibile non restare abbagliati da tanta profusione d’arte. Resta difficile per noi decifrare le immagini, forse anche volutamente enigmatiche; ci vorrebbe molto tempo per “penetrarle” e capirle. Per noi estranei a quel mondo resta la fascinazione di un’arte concettuale. Vediamo pericoli da cui difendersi. I monaci ci garantiscono che l’intento è quello di spaventare i demoni, non gli umani. Ci accontentiamo di scrutare quelle “visioni” che attraggono e respingono. Come nel barocco, tutto è ridondante.

Immersi con lo sguardo in un paesaggio in continua trasformazione, ci accorgiamo che all’orizzonte si materializzano incredibili dune di sabbia. Siamo a più di 3500 m d’altezza! Irreale! Quasi all’improvviso appare un castello in cima ad uno spunzone di roccia. Siamo al castello di Yumbu Lakhang. Si ritiene che questa fortezza risalga al II secolo a.C., voluta dal primo re tibetano Nyatri Tsempo. La costruzione appare decisamente fantasiosa. Il panorama a dir poco splendido.

Il monastero di Sakya fu fondato nel 1073, la sua architettura medievale è mongola. I suoi capi governarono il Tibet dal XIII fino alla metà del XIV secolo. Sakya vuol dire “terra pallida”, come il territorio circostante. La sua biblioteca ha uno smisurato numero di volumi. Nel 2003 furono scoperti 84 mila testi nascosti dietro un muro da centinaia d’anni. L’argomento dei testi è tra i più vari. Durante il periodo mongolo molti volumi furono rilegati in ferro su richiesta di Kublai Khan, l’imperatore della Cina d’origine mongola vissuto all’epoca di Marco Polo.
Riprendiamo il percorso alla volta di Shigatse, la seconda città del Tibet, assai cinesizzata. Qui si trova il monastero di Tashilhunpo, fondato nel 1447 dal primo Dalai Lama; è la sede storica dei Panchen Lama, la seconda carica spirituale del buddismo tibetano. Da quando il Dalai Lama è fuggito in India, il Panchen Lama è stato scelto dalle autorità cinesi, facendo sparire quello designato dal Dalai Lama prima di lasciare Lhasa. Il Dalai Lama rappresenta il sole, il Panchen Lama la luna. I monti dell’Himalaya sono spettacolari. Shigatse


Attraversando il passo di Kamba-la, tutte le considerazioni sull’arte e la fede restano sospese: il paesaggio è troppo sbalorditivo. Arrivare al passo è come un’immersione nell’irrealtà, una bellezza “disumana”; sarà anche l’altezza, 4794 m, ma ne restiamo abbagliati.
A Kamba-la, nell’alto dei cieli, dei pastori di yak mettono in bella mostra i loro splendidi animali. Una signora “espone” due meravigliosi mastini tibetani.
Sono animali possenti, neri come la pece, con una criniera leonina.
Quei molossi, presentati come un cimelio, una volta erano i guardiani delle mandrie di yak: li difendevano da orsi e leopardi di montagna e incutono rispetto. I lama li credono la reincarnazione di monaci o monache che non sono riusciti a reincarnarsi in una persona. La novità è che questo molosso è un bene simbolo del made in China, è di moda tra i ricchi cinesi che cercano di accaparrarseli pagandoli cifre astronomiche. Purtroppo il mastino tibetano è diventato l’emblema estremo della distruzione culturale, religiosa, ambientale e umana dell’intero Tibet.
Attraversando l’infinito raggiungiamo Gyantse, a 4000 m s.l.d.m.
Gyantse è una città storica, centro dell’architettura tibetana del XV secolo. La sua celebre Stupa Kumbum ha una struttura a Mandala a più livelli, con 108 cappelle e una quantità impensabile di opere d’arte.


Ci sarebbe ancora molto altro da raccontare, ma vi lascio la curiosità di approfondire la conoscenza del Tibet leggendo tanti bei libri.
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Nel Monastero Sera, che vuol dire “cespuglio di rose”, fondato nel 1419, si pratica il buddismo di scuola Gelug. La sua biblioteca è fitta di volumi. Fino al 1959 vivevano qui 5000 monaci, ora sono qualche centinaio. Nel giardino ombreggiato da folti alberi abbiamo assistito ad una discussione filosofica di studenti. I monaci sembravano bambini intenti a giocare con i rosari. Il monastero di Nechung è l’oracolo del Dalai Lama; ogniqualvolta sorga una questione teologica, è in questa sede che viene discussa da un’assemblea di esperti teologi.
Nei pressi della città sorgono il monastero di Shalu, famoso per la descrizione datane da Alexandra David-Néel, a 18 chilometri, e il monastero di Sakya, a 130 chilometri. (Testi e foto di Gabriella Pittari)
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