Tibet, tra Memoria e Trasformazione. Lhasa, il Potala e un’Identità sospesa tra Tradizione Tibetana e modernità Cinese

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 Per centinaia di anni il Tibet fu terra incognita, vietato agli stranieri. Quel paese che Marco Polo ci aveva descritto come trincerato in un Medioevo teocratico e feudale, guidato da un sovrano assoluto, dio e re.

Furono pochissimi quelli che, in epoche più recenti, riuscirono ad attraversare i suoi confini. Furono studiosi come Giuseppe Tucci, lo scrittore Fosco Maraini, l’austriaco Heinrich Harrer, che ci arrivò a piedi dall’India fuggendo dalla prigionia, e pochi altri. Harrer visse lì sette anni e scrisse un libro di memorie divenuto famoso: Sette anni nel Tibet. Giuseppe Tucci studiò a fondo la religione tibetana e ci lasciò un patrimonio di testi, come Lhasa e oltre, diventati i vangeli di quello sconosciuto paese arroccato sulle cime dell’Himalaya.

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Dal 1950 il Tibet è sotto il controllo cinese, ed è la “Regione Autonoma del Tibet” della Cina. Nel 1959, il 10 marzo, a Lhasa una rivolta del movimento di resistenza tibetano fu repressa brutalmente dall’Esercito Popolare di Liberazione, con feroci massacri della popolazione nelle strade. Pochi giorni dopo, il Dalai Lama Tenzin Gyatso, in accordo con Nehru, capo del governo indiano, fuggì dal Tibet insieme a migliaia di tibetani. In un’epica traversata dell’Himalaya si stabilì a Dharamsala, dove formò un governo tibetano in esilio, ancora esistente. Non fu facile per gli Han, l’etnia cinese maggioritaria, dominare i tibetani, in un mondo così chiuso al progresso. Ho potuto constatare di persona quanto sia odiata la dominazione cinese dai tibetani autoctoni.

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Da quando, nel 1981, i cinesi aprirono il Tibet al turismo, tutto è cambiato, grazie ai cinesi (purtroppo!). Il consumismo si è impossessato anche delle vette del mondo. Quando l’aereo atterra all’aeroporto di Lhasa, a 3.650 metri sul livello del mare, siamo sbarcati nella “città degli dei”: questo è il significato di Lhasa, la capitale del Tibet. Sono stata in Tibet per la prima volta nel 1987, sono tornata nel 2006: la città era molto cambiata, modernizzata, cinesizzata, più pulita, più vivace, più anonima, ma sempre in tensione “nervosa” contro gli occupanti. Nel 2007 Lhasa è stata collegata alla rete ferroviaria che unisce l’altipiano tibetano alla Cina. Il Dalai Lama ha definito questo collegamento uno scempio, parlando di “genocidio culturale del Tibet”.

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La città di Lhasa è dominata dal famoso palazzo del Potala, una meraviglia architettonica che racchiude tutto quello che fu il Tibet. Da molto tempo il paese lotta per conservare quell’identità che gli Han hanno trasformato in “turismo”, una visione del mondo abissalmente lontana dalla loro. La religione buddhista tibetana si è affermata nel XVI secolo, quando crollò la vecchia aristocrazia guerriera a favore di due sette religiose, dei berretti rossi e dei berretti gialli. S’affermò la setta dei berretti gialli, formando una forte teocrazia guidata dal Dalai Lama, maestro di sapienza, rappresentante di luce e saggezza, che s’incarna in un bambino da ricercare, secondo antiche usanze, girando per il paese tra il popolo. Il fanciullo rintracciato veniva condotto nel Potala e istruito a prendere coscienza di essere la reincarnazione di Avalokiteśvara, il bodhisattva dell’infinita misericordia. Bisogna concentrarsi sulla trascendenza per superare questa vita terrena e raggiungere il Nirvana, che mette fine alla reincarnazione. Visitando come trottole il vasto palazzo, di una ricchezza sfacciata, si resta frastornati dalla quantità di statue, immagini e oggetti di un’arte a noi sconosciuta. Il tempo è limitato e non si possono fotografare gli interni.

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Usciti dal Potala ci mischiamo alla “pazza folla” sulla piazza Barkhor, attratti dalle bancarelle del famoso mercato e dalle giovani tibetane ingioiellate. Insieme ai visitatori circuambuliamo il tempio-monastero Jokhang. Qui s’incontrano i pellegrini in visita al più importante e sacro luogo di Lhasa, voluto nel VII secolo dal re Songtsen Gampo. I fedeli si prostrano in preghiera all’ingresso: una visione arcaica.

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Il tempio è composto di diversi edifici. Colpiscono i tetti dorati dai bagliori solari, una vera opera d’oreficeria, su cui si alzano diversi cilindri simili a campane, i chörten per i tibetani, i loro reliquiari religiosi stilizzati. Tra questi ornamenti sono appollaiati spiriti, draghetti, figure non meglio identificate, tutte da guardare. Sui bordi dei tetti scorrono una quantità di piccoli Buddha in preghiera sul fiore di loto.

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Nel prossimo articolo visiteremo il palazzo estivo del Dalai Lama a Lhasa, il Norbulingka. Attraverseremo panorami di una bellezza “rarefatta” solo per noi, a causa dell’altezza, ma così fantastici da lasciare ammaliati. (testi e foto di Gabriella Pittari)