Scrivere di viaggi: raccontare il viaggio a se stessi e agli altri. Riflessioni ispirate al volume Scrivere di viaggi di Louisa Peat O'Neil
Mia madre, emigrata per lavoro in Danimarca, portava sempre con sé una piccola radiolina a transistor. Cercava una voce italiana, un suono familiare che la facesse sentire meno lontana da casa.
Ogni viaggio, in fondo, ci mette di fronte alla stessa scoperta: non esiste un luogo dove ci si senta completamente "a casa". Viaggiare significa accettare un piccolo disorientamento, imparare a convivere con ciò che è diverso. È forse questo il suo valore più autentico. Il reporter Ryszard Kapuściński osservava che «viaggiare oggi significa esporsi sempre di più a uno stato di disagio». È un'affermazione che può sembrare severa, ma contiene una parte di verità: il viaggio ci costringe a uscire dalle nostre abitudini.
Possiamo però guardarlo da un'altra prospettiva.
Ogni viaggio è un frammento della nostra vita che merita di essere raccontato. È un capitolo della nostra storia personale, scritto prima ancora di prendere in mano una penna. C'è una partenza, una strada da percorrere, incontri inattesi, difficoltà, emozioni e infine il ritorno. Come ogni buon racconto possiede una trama, dei protagonisti e un finale. Per questo molti viaggiatori sentono il bisogno di annotare impressioni, raccogliere appunti, sottolineare pagine di una guida, conservare biglietti, mappe o fotografie. Non sono semplici ricordi: sono gli elementi di un racconto che nascerà più tardi. Con il passare degli anni mi sono accorto che gli appunti presi durante il viaggio erano spesso più preziosi delle fotografie. Una frase ascoltata per caso, il nome di una persona, il profumo di un mercato, una piccola emozione annotata in fretta hanno ritrovato vita mesi o anni dopo, quando sono diventati il punto di partenza di un racconto.
Da anni il taccuino Moleskine accompagna milioni di viaggiatori. Louisa Peat O'Neil scrive:
«Un taccuino Moleskine a pagine bianche è come un passaporto: se sulle sue pagine non c'è scritto nulla, vuol dire che non hai viaggiato veramente.»
Mi piace aggiungere una riflessione personale. Un taccuino conserva il fascino degli oggetti semplici, ma continua a svolgere il suo compito in modo sorprendentemente moderno: ci invita a osservare con attenzione. Molti dei miei reportage e dei libri pubblicati negli ultimi anni sono nati proprio da pagine riempite durante il viaggio, spesso senza immaginare che un giorno sarebbero diventate un racconto.
Oggi gli strumenti sono cambiati. Molti annotano pensieri sul telefono, registrano note vocali, scattano fotografie, condividono immagini o racconti sui social network, pubblicano blog di viaggio o diari online. Cambia il mezzo, non cambia il desiderio: dare un significato alle esperienze vissute.

Nel suo libro Scrivere di viaggi, Louisa Peat O'Neil suggerisce alcuni accorgimenti ancora oggi preziosi:
- tenere un diario durante tutto il viaggio, annotando impressioni più volte al giorno oppure alla sera;
- riportare il proprio nome e un recapito all'interno del taccuino, così da poterlo recuperare in caso di smarrimento;
- descrivere persone, ambienti e dettagli che rendono unico un luogo;
- non perdere mai di vista il motivo che ci ha spinto a partire;
- annotare dialoghi, emozioni, curiosità e pensieri nati durante il cammino;
- raccogliere informazioni da guide, opuscoli e persone incontrate;
- fotografare non solo i monumenti, ma anche quei particolari capaci di far riaffiorare un'emozione;
Non sempre sono riuscito a seguire questi suggerimenti con la necessaria disciplina. Eppure, ogni volta che l'ho fatto, la scrittura del viaggio è diventata più semplice e soprattutto più sincera.
Questa è la prima fase del racconto: raccogliere.
Più ricca sarà la memoria del viaggio, più autentica potrà essere la narrazione che nascerà al ritorno.
Rileggendo oggi i taccuini accumulati in tanti anni di cammino, mi accorgo che raccontano non solo i luoghi visitati, ma anche la persona che ero in quel momento. Forse è questo il dono più prezioso della scrittura di viaggio: conservare insieme la geografia del mondo e quella della nostra vita.
Un antico canto Navajo ricorda:
«Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento.»
È un invito a custodire le esperienze prima che il tempo le renda sfocate.
Perché in ogni viaggio vissuto due volte, prima con gli occhi e poi con la scrittura, tu continui a camminare anche quando sei tornato a casa.
In questi anni ho avuto la fortuna di raccogliere molti racconti, prima nei miei taccuini e poi nei libri e negli articoli pubblicati su www.aforismidiviaggio.it. Sono convinto, però, che ogni viaggiatore custodisca una storia che merita di essere raccontata.
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