Donne e tassisti in viaggio. Il viaggio non è la strada percorsa, ma le persone incontrate lungo il cammino.
Nello scrivere le recensioni, apprezzo il libro che trascina il lettore lungo un viaggio che possiede un suo respiro narrativo. Nel modo in cui viene scritto, a parlare diventano principali attori i luoghi attraversati, gli incontri con persone e situazioni, le descrizioni di paesaggi. E quanto tutto questo riesce a trasmettere emozione all’autore e soprattutto al lettore. Chi si aspetta il racconto continuo di un itinerario potrebbe inizialmente sentirsi disorientato. Il nuovo libro di Vittoria Sangiorgio sceglie infatti una costruzione diversa: ogni corsa in taxi diventa un racconto autonomo che trova la propria unità non nel percorso geografico, ma nell'incontro umano.

“Un taxi alla fine del mondo” edizioni La Caravella, si presenta come una raccolta di frazioni di viaggi con denominatore comune.
Ogni capitolo, un racconto, una particella di viaggio. Un breve tragitto d’interesse, un dialogo con l’autista, uno sguardo alle bellezze meta del tragitto, un mosaico di incontri. Una singolare impressione che pur sembrando destinata a esaurirsi con la corsa del taxi, così non è. L’'insieme contiene il carattere delle viaggiatrici, sempre molto competenti e preparate, a volte decise, altre volte coraggiose, anche se altre volte incaute e fortunate. Più di una volta viene spontaneo ricordare l'antico proverbio secondo cui “la fortuna premia gli audaci”. Eppure, leggendo queste pagine, si comprende che non è la temerarietà a essere premiata, bensì il coraggio di partire senza rinunciare alla prudenza e alla curiosità.
Chi conosce i precedenti libri dell'autrice potrebbe rimanere sorpreso. Il viaggio, che nelle opere precedenti rappresentava il filo continuo del racconto e il terreno su cui maturavano impressioni, emozioni e riflessioni, qui cambia prospettiva. L'attenzione pur se concentrandosi su luoghi o situazioni, il tassista per un tratto di strada, diventa il centro di un episodio autonomo: guida turistica, interlocutore, talvolta confidente, altre volte semplice presenza capace di suscitare curiosità, diffidenza o simpatia. Spesso vero salvatore di audaci situazioni che per suo merito, finiscono a lieto fine.
Le “turiste curiose” hanno la forza di donne straniere che viaggiano e che non vogliono essere considerate “galline da spennare” e sono soggette a diverse bizzarrie dei diversi conducenti:
“Ci accorgiamo che il conducente non comprende più una sola parola di ciò che gli diciamo, è agitato e non capisce cosa vogliamo da lui”.
“Attimi di panico,… non dovete preoccuparvi,…e afferma con tutta calma che si era prima assicurato che non arrivasse nessuna vettura dalla corsia opposta”.
“Il tassista inizia ad alzare la voce in arabo, non capiamo cosa dica, ma comprendiamo il gesto terribile che compie…”
La tassista Marta …”é così timida che non osava tornare allo sportello a chiedere chiarimenti su ciò che non aveva compreso”.
La descrizione dei luoghi segue spesso l'impostazione della guida turistica, arricchita però da approfondimenti storici e culturali che evitano il semplice elenco di informazioni.
“La fioritura primaverile delle mimose offre paesaggi incantevoli sulla costa verdeggiante, così ricca di acque, mentre le zagare rilasciano nell’aria salmastra un intenso inebriante profumo che pervade il litorale della intera città”.
Il libro presenta nelle sue pagine le relazioni che nascono nello spazio ristretto e temporaneo di un'automobile, dove le donne viaggiatrici sconosciute, condividono un breve tratto di vita con il loro conducente. Se a volte il racconto è narrazione tranquilla, da semplice diario, non mancano le pagine in cui il testo diventa appassionante date le circostanze, “con un bizzarro e irritante comportamento del tassista” oppure per le sorprese finali che già mandano avvisaglie durante il tragitto.
Pagine di molto interesse quelle che l’autrice dedica allo Yemen. Senza dimenticare la bellezza intrinseca del “Paese architettonicamente più bello al mondo”, espone la crescita della fama di Sana’a dovuta alla fortunata descrizione poetica del film di Pasolini, della sceneggiatura della Maraini e la fama della raccolta di novelle di “Le mille e una notte”.

Un linguaggio che diviene triste e commovente nella visita della Cisgiordania; che cambia umore, fino al divertente, nell’Oasi di Siwa; linguaggio che corre con ritmo incalzante e ricco di sorprese a Ushuaia dove il tassista è una donna che da timorosa principiante diventa efficiente pronta a interpretare e gestire situazioni fuori dalla sua portata; alle sorprese con lo Sri Lanka dove il conducente non è mai presente quando serve. I racconti si fanno più intensi, le descrizioni acquistano profondità e alcuni tassisti smettono di essere semplici comprimari per trasformarsi in figure memorabili. Tra tutti emerge Charly, l'autista sudafricano che, con la sua vicenda personale, diventa il simbolo di un'umanità capace di riscattarsi attraverso dignità, lavoro e speranza. È forse in pagine come queste che il libro raggiunge la sua espressione più convincente.
“Un taxi alla fine del mondo” conduce lungo un itinerario senza tempo dalle sfaccettature policrome verso mete che restano dentro a chi le percorre.


