L’altro, Ryszard Kapuscinki. In viaggio con Kapuscinki?

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"La strada che percorriamo è importante poichè ogni passo ci avvicina all'incontro con l'altro".

 Il volumetto  riporta la mia curiosità sulla personalità di questo autore di cui avevo letto “In viaggio con Erodoto” molto tempo addietro. Qui la sua nuova intuizione o spiegazione  del concetto del “l’altro”  ha favorito di mettermi fortuitamente "in  viaggio con Kapuscinki”. Poche pagine e poche parole nelle quali appare la sua idea trasformante di una presa di coscienza possibile verso l’uomo che non siamo abituati a frequentare, che sentiamo a volte lontano dal nostro modo di vivere e che per questo giudichiamo superficialmente non tenendo conto delle componenti diverse dalle nostre, ma che ne fanno anch’esso un uomo.. Il volume "L' altro"  che raccoglie  le pagine  delle conferenze, discorsi di simposi e opinioni da altri scritti “minori”,   mi fanno scoprire il reporter Kapuscinki:  la sua profonda curiosità, il desiderio di avventura, il continuo bisogno di stupirsi, insito nei suoi primi anni di viaggi, e che sottolinea la novità che gli permane nella scoperta dell’altro, dell’uomo individuo, di chi stiamo incontrando nel viaggio, dell’incontro, stupito o sospetto, per essere la  prima volta.

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Giornalista, scrittore, Kapusinscki non intende parlare del viaggio dell’avventura turistica, edonistica o fine a se stessa, ma la forza che esso sprigiona interiormente quando ci si sfida nella ricerca di qualcosa di importante, da testimoni. Fedele alle regole di quel giornalismo per il quale si scrive ciò che si vede e non ciò che si legge nelle agenzie di stampa. Consolida il suo pensiero rinnegando il tempo antico in cui “bollando come barbaro, chiunque non parlasse la nostra lingua”, ora  si scopre che l’altro diventa un qualcuno “ consapevole che per conoscere se stessi bisogna conoscere gli altri, perché sono lo specchio nel quale ci vediamo riflessi”.

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E se con Erodoto, Kapuscinki accerta che “la xenofobia è la malattia di gente spaventata, afflitta dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui”,  (nel suo escursus storico porta a confrontarci con la schiavitù, con lo sfruttamento coloniale, con la difficoltà del vivere con loro o tra loro) è attraversando i sentieri filosofici di Emmanuel Levinas, di padre Josef Tischener, di Erich Fromm, Theodor Wiesengrund Adorno e altri, che ci guida verso la nascita dell’io ,alla presenza del tu o meglio del noi, nell’affermare: “so che sono, perché so che c’è l’altro”.

Questi filosofi respingevano l’opzione della guerra, sostenendo invece “la necessità, anzi il dovere etico dell’apertura, dell’avvicinamento della benevolenza.” E ribadisce che: ”l’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità”.

 

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“L’uomo è una esistenza che parla”.

La via verso Dio passa attraverso l’altro e  nella faccia dell’altro siamo in grado di vedere la faccia di Dio”.

“La definizione di villaggio globlale si è rivelata uno dei massimi errori della cultura contemporanea” “L’essenza del villaggio che consiste nel fatto che i suoi abitanti si conoscono intimamente, è impossibile a dirsi della società del nostro pianeta, che fa piuttosto  pensare alla folla anonima di un grande aeroporto”.

A proposito dell’ospitalità presso le antiche civiltà: “La strada non deve servire solo agli eserciti nemici, può anche essere la via lungo la quale, travestito da viandante, viene a trovarci un dio”.

“Non esistono culture superiori e inferiori, ma solo culture diverse che soddisfano in modo diverso i bisogni e le aspettative dei suoi rappresentanti”.

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