
Il Bhutan é un piccolo paese arroccato su l’Himalaya ai confini con la Cina e l’India. I suoi abitanti sono meno di 800 mila. Il nome nazionale del Paese é Druk Yul che vuol dire Terra del Drago, lo conferma il drago sdraiato al centro della bandiera nazionale tra il giallo e l’arancione i colori del buddismo tibetano, rappresentando i’antico legame storico con la Cina, ma soprattutto con il Tibet.
E’ una monarchia costituzionale dal 2007.
L’economia del Bhutan ha un’impronta volutamente ecologica e naturalistica. Si basa sull’agricoltura di sussistenza, sull’allevamento del bestiame, sul turismo sostenibile e sull’energia idroelettrica che esporta in India. Investe nel campo delle criptovalute sfruttando l’energia pulita a basso costo. Nel paese é vietato fumare. Dal 21 settembre 1971 il Bhutan ha un seggio alle Nazione Unite che garantisce la sua indipendenza dalla Cina e dall’India, temibili vicini.


Se nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti del 1776 la felicità é considerata uno dei diritti inalienabili insieme alla vita e alla libertà, in Bhutan il re Sigme Single Wangchuck fin dagli anni 70 del secolo scorso aveva stabilito come guida allo sviluppo del paese il principio della Felicità Interna Lorda dando più importanza ai bisogni materiali dell’individuo considerati alla pari di quelli spirituali ed emozionali. Unica pecca fu l’allontanamento di 106 mila bhutanesi d’origine nepalese per conservare la purezza bhutanese. Durante il volo da Calicut (India) alla capitale Thimphu, si materializzano all’orizzonte, in una sfilata magica, le alte vette innevate dell’Himalaya, color bianco assoluto, il colore della meditazione, richiamate dalle mura degli dzong, i monasteri-fortezza sparsi sul territorio, in un’armonia spirituale tra terra e cielo.



In fase d’atterraggio si vedono i campi coltivati disegnati come quadri, attraversati dalle trasparenti acque del fiume RaidaK così trasparenti che si possono contare i sassi sul fondo. Thimphu é una città omogenea, per legge tutte le case sono decorate nello stile tradizionale con dipinti di carattere religioso. Una gran parte della popolazione si é urbanizzata. Dopo un breve riposo d’adattamento agli oltre 2000 m d’altezza si parte alla scoperta degli dzong, i monasteri-fortezza, residenze per molti secoli di giovani e religiosi che trascorrevano una difficile vita di studi e di meditazione. Il monastero era un fondamentale luogo di ritiro durante l’inverno prima di aprire le porte alla primavera ed iniziare a coltivare i prodotti della terra da consumare in estate, da vendere ai mercati e da conservare per la stagione fredda.
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I percorsi per raggiungere gli dzong più importanti attraversano vallate di intenso verde, coltivate a riso, orzo, mais, ed altro ancora, in un’atmosfera agricola che non fa pensare di essere in un territorio così elevato.

I monasteri-fortezza sbarrano pendii e s’impongono alla vista con la loro architettura dalle facciate bianche avvolte in alto da un “nastro” rosso all’altezza delle finestre spesso raccolte sullo stesso piano. Sono strutture sobrie con decori di legno ad incastro, sono sia monasteri che centri amministrativi, tutti i tetti degli dzong sono a pagoda.
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Entrare negli dzong é un’esperienza indimenticabile. La fede buddista del Bhutan é d’origine tibetana prevalentemente Maitreya (il Budda del futuro). All’interno degli dzong s’accede percorrendo il lungo cortile dove nel periodo estivo si svolgono le suggestive danze rituali in maschera. I danzatori indossano maschere che rappresentano animali con l’intento di dominare il diavolo per liberarsi dagli spiriti maligni. Le sale di preghiera sono molto decorate, spesso ci sono tre statue di Budda, che rappresentano il passato, il presente, il futuro, la trinità buddista tibetana, la cui origine lontanissima é nell’Induismo: Brama (il creatore), Vishnu (il conservatore), Shiva (il distruttore). Una quantità di offerte molto decorative fatte col burro di yak sono sotto le statue, insieme a frutti e cibi.

Al centro della sala ci sono tavoli bassi per appoggiare i testi sacri da leggere e da studiare. I libri sono lunghi fogli, avvolti in tessuti dai vivaci colori. Gli ambienti bui sono un po’ tetri, vagamente tristi, nonostante gli sgargianti dipinti alle pareti. Dipinti concettosi che raccontano la vita dei bodhisatva, quei monaci del buddismo Mahayana che pur avendo raggiunto il Nirvana (l’illuminazione) vi rinunciano per aiutare altri esseri umani a raggiungerlo. Tra le attività artistiche dei monaci e degli studenti c’é la creazione dei mandala, meravigliosi diagrammi geometrici spirituali che rappresentano il cosmo e l’universo buddista. Sono mezzi per la meditazione. Adoro i mandala ne subisco un’attrazione fatale, li trovo irresistibili.


Tutte queste scoperte le facciamo nel Rinpung Dzong di Thimphu, che si presenta come una estesa e possente barriera. Fu qui che Bertolucci girò alcuni episodi del film “Il piccolo Budda”. Nella valle di Paro visitiamo il più antico e spettacolare Dzong Taktsang, il più arroccato del Bhutan tanto da essere chiamato “nido della tigre”. Ci aspettano degli asinelli che sfiorando il bordo di un abisso ci portano incolumi fino alle pendici del monastero. Qui arrivò nell’810 dal Nepal il guru Rimpoche invitato dal re del Bhutan. Rimpoche si identifica con Padmasambawa (nato da un fiore di loto) il guru in assoluto più sacro del Buddismo himalayano. Tornati a Thimphu in un campo lontano dal centro, assistiamo allo sport nazionale del Bhutan il tiro con l’arco di cui i bhutanesi sono veri fanatici, si divertono un mucchio. Tirano così lontano che ci sono specialisti a dir loro se hanno colpito nel segno. Il Bhutan: una scoperta inaspettata.


Testo e foto di Gabriella Pittari
Galleria delle foto delle danze religiose e tradizionali



