
Da Octavio Paz a Frida Kahlo, un viaggio nella tradizione messicana che trasforma il ricordo dei defunti in un'esplosione di colori, musica e vita.
Nel suo saggio sull’identità messicana “Il labirinto della solitudine” Octavio Paz (scrittore messicano vincitore del Nobel per la letteratura nel 1990), definisce quello messicano un popolo rituale dove l’arte della festa è l’unico lusso che si concede e a cui non può rinunciare. Nella festa il messicano non cerca il ritorno al passato ma vuole uscire da se stesso, vuole superare il lutto che ha dentro con una sfrenata allegria intrisa di tristezza. E’ in questo modo che scarica la propria anima invece di scaricare le pistole. Comunque la vita dei messicani è violenza allo stato brado, la morte è sempre in agguato, coltelli e pistole servono a sfogare la solitudine repressa. Anche lo spreco di danaro è come un trucco magico per attirare l’abbondanza a scapito della povertà, sempre presente.

Per questo la festa è ribellione, un’operazione cosmica che annulla le differenze sociali. iI male e il bene si fondono, il giorno e la notte si confondono, il santo s’unisce al demone: se la vita è insignificante lo sarà anche la morte. Vita e morte sono inseparabili come il binomio cinese yin-yang. La morte seduce i messicani non li spaventa, il messicano la deride e la festeggia. La morte è un mezzo per vendicarsi della vita, per questo una delle feste più importanti in Messico è la festa dei morti. Nel pensiero degli antenati messicani la vita e la morte non gli appartenevano. Il dio sole attirava l’essere umano nel paese indifferenziato delle ombre dove si fondevano con gli elementi. Religione e destino reggevano la loro vita.


Nel giorno dei morti i cimiteri diventano palcoscenici con altari pieni di oggetti, di fiori coloratissimi, luoghi d’incontro dove i vivi si ritrovano in un’atmosfera esaltante. La visita al cimitero finisce con luculliani banchetti. Un’esperienza impareggiabile è partecipare al giorno dei morti a città del Messico, la città si riempie di altari dedicati agli antenati o alle persone più amate, pieni di doni di quelle cose che i defunti amavano in vita, come alcolici o pacchetti di sigarette. Sugli altari sono posti teschi di zucchero che vengono regalati anche ai bambini, scheletri sono raffigurati sulle calzamaglie indossate per l’occasione, tutto è improntato alla morte per esorcizzarla.

Ho voluto esserci anch’io il giorno dei morti per andare nel quartiere Coyoacan in Calle de Londres 247 alla casa Azul di Frida Kahlo a rendere omaggio al suo altare. Intorno a quella casa, in quel quartiere si è vissuta una stagione imperdibile che ha influenzato la storia culturale di tutt’un’epoca. In quella casa è racchiuso un mondo che si rivela al visitatore poco alla volta. Rossi squillanti, blu intensi inondati di sole, guidano il visitatore in un’atmosfera vivace attraverso un giardino di piante sensuali.

E’ possibile presumere che prima di essere immobilizzata sola in un letto davanti ad uno specchio a dipingere se stessa e la sua sofferenza abbia celebrato quel giorno con amici e parenti ricordando le persone care nella allegra cucina gialla così luminosa in un contrasto pieno di vita assaporando cibi speziati dagli intensi profumi. Frida una donna diventata l’icona simbolo di un Messico unitario grazie alla sua arte ispirata agli ex voto, non ha mai smesso di amare suo marito il famoso pittore muralista Diego Rivera.

Nell’hotel del Prado a Città del Messico si poteva vedere il murale “Sogno di una domenica pomeriggio nel parco di Alameda” dove Diego, annullando il tempo, rappresenta i personaggi più importanti della storia nazionale prima e dopo la conquista: le origini violente, traumatiche, il periodo coloniale ossessivamente religioso. Al centro si vede lo stesso Diego Rivera bambino e dietro di lui Frida Kalhlo. Il murale non si trova più nell'Hotel del Prado. Fu trasferito dopo il terremoto del 1985 ed è oggi esposto al Museo Mural Diego Rivera.

Al centro lo scheletro elegante de “la Catrina” simboleggia l’ipocrisia della borghesia messicana che per imitare lo stile europeo rinnega le proprie origini. Unica nota “indigena” é la stola di piume che richiama Quetzalcoatl, la principale divinità azteca. (testo e foto di Gabriella Pittari)
Leggi anche Città del Messico, l’antica Tenochtitlan e l’icona Frida Kahlo
